Nuovo shock energetico in arrivo: la BCE rischia di ripetere l’errore del 2008

di Redazione Lavoratorio.it - Pubblicato il 04/03/2026

Un campo petrolifero (repertorio)

Un campo petrolifero (repertorio) - Redazione Lavoratorio.it

Le tensioni geopolitiche nel Medio Oriente riaprono uno scenario che l’economia globale conosce bene: un possibile shock energetico. Se le esportazioni di petrolio e gas dal Golfo Persico dovessero subire interruzioni o forti riduzioni, i prezzi dell’energia potrebbero salire rapidamente, riaccendendo l’inflazione nelle principali economie avanzate.

In un contesto del genere, la reazione delle banche centrali – e in particolare della Banca centrale europea (BCE) – diventa decisiva. Il rischio, secondo molti economisti, è quello di interpretare l’aumento dei prezzi come un fenomeno di domanda e reagire con una nuova stretta monetaria. Ma uno shock energetico appartiene a un’altra categoria: è uno shock dal lato dell’offerta, e trattarlo con gli strumenti tradizionali della politica monetaria può produrre effetti controproducenti.

UNO SHOCK DI OFFERTA, NON DI DOMANDA

Quando il prezzo del petrolio o del gas aumenta per motivi geopolitici o per interruzioni dei flussi fisici, il problema non nasce da un eccesso di consumi o di credito nell’economia. Si tratta invece di una riduzione improvvisa dell’offerta di una materia prima fondamentale.

In queste condizioni, alzare i tassi di interesse non può aumentare la produzione di energia, né riaprire rotte marittime o oleodotti. L’unico effetto diretto di una stretta monetaria è comprimere la domanda interna: consumi, investimenti e credito rallentano, mentre l’inflazione generata dal costo dell’energia resta in gran parte fuori dal controllo della politica monetaria.

Molti economisti sottolineano da tempo che le banche centrali hanno strumenti limitati contro l’inflazione legata alle materie prime, perché il prezzo di petrolio, gas e altre commodities dipende soprattutto da fattori globali e geopolitici. Il rischio è quindi quello di trasformare uno shock energetico in una recessione auto-inflitta.

IL PRECEDENTE DEL 2008

La storia recente offre un precedente emblematico. Nel luglio del 2008, mentre il sistema finanziario globale stava già entrando nella fase più critica della crisi, la BCE guidata da Jean-Claude Trichet decise di aumentare i tassi di interesse.

In quel momento il petrolio aveva superato i 140 dollari al barile e i prezzi alimentari stavano salendo rapidamente. L’inflazione dell’eurozona appariva in aumento e la banca centrale ritenne necessario reagire per difendere la propria credibilità anti-inflazionistica.

A posteriori, quella decisione è stata considerata da molti osservatori un errore di tempistica. Pochi mesi dopo l’economia mondiale entrò nella recessione più grave dalla Seconda guerra mondiale e la BCE fu costretta a invertire rapidamente la rotta, avviando una stagione di tagli dei tassi per sostenere il sistema economico.

Un episodio simile si verificò anche nel 2011, quando la BCE alzò nuovamente i tassi mentre l’eurozona stava entrando nella crisi del debito sovrano. Anche in quel caso la stretta fu presto abbandonata.

IL RISCHIO DI UN “TRICHET MOMENT”

Nel dibattito economico, il timore di ripetere questo tipo di errore è stato spesso definito “Trichet moment”: una stretta monetaria adottata nel momento sbagliato, quando l’inflazione deriva da fattori esterni e temporanei.

Secondo numerosi analisti, l’inflazione generata dalle materie prime tende infatti a rientrare quando lo shock energetico si attenua, mentre gli effetti di una stretta monetaria sull’economia reale possono essere più persistenti.

Per questo motivo molti economisti sostengono che, in presenza di shock di offerta, la politica monetaria dovrebbe privilegiare la stabilità macroeconomica, evitando reazioni eccessive ai movimenti temporanei dei prezzi.

IL DILEMMA DELLE BANCHE CENTRALI

Le banche centrali si trovano tuttavia in una posizione complessa. La loro credibilità si basa sulla capacità di mantenere l’inflazione vicino all’obiettivo del 2%, un principio che è al centro del mandato della BCE.

Quando i prezzi accelerano, la pressione per intervenire diventa inevitabile. Il problema nasce quando l’origine dell’inflazione non è interna all’economia ma dipende da fattori esterni come energia, materie prime o tensioni geopolitiche.

In questi casi la politica monetaria deve trovare un equilibrio tra due rischi opposti: reagire troppo poco, lasciando che l’inflazione si radichi nelle aspettative, oppure reagire troppo, aggravando un rallentamento economico già in corso.

ENERGIA, INFLAZIONE E CRESCITA DEBOLE

Se lo shock energetico dovesse materializzarsi nei prossimi mesi, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte a una combinazione particolarmente delicata: inflazione in aumento e crescita debole.

L’economia dell’eurozona resta infatti molto sensibile ai costi dell’energia. Un aumento prolungato dei prezzi di petrolio e gas si trasmetterebbe rapidamente ai costi industriali, ai trasporti e quindi ai beni di consumo.

In un contesto simile, una politica monetaria troppo restrittiva rischierebbe di accentuare la debolezza della domanda interna, rallentando ulteriormente l’attività economica.

LA LEZIONE DELLE CRISI ENERGETICHE

Le crisi energetiche del passato – dagli shock petroliferi degli anni Settanta fino alla crisi finanziaria globale – mostrano che gli shock di offerta richiedono risposte macroeconomiche diverse rispetto alle inflazioni da domanda.

Per le banche centrali la sfida resta quella di evitare errori di diagnosi. Se l’inflazione nasce da una scarsità di energia e non da un eccesso di credito, la risposta non può essere semplicemente una stretta sui tassi.

Il rischio, altrimenti, è che nel tentativo di combattere un aumento dei prezzi temporaneo si finisca per aggravare il rallentamento economico, trasformando uno shock energetico in una crisi più ampia.

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