giovedì 18 giugno 2026

Quel reality sul lavoro non insegna nulla ai selezionatori

di Roberto Marabini - Pubblicato il 02 marzo 2011

L'idea che una trasmissione televisiva dedicata al mercato del lavoro venisse proposta con la formula del reality mi lasciava del tutto indifferente. O meglio, l'unica mia preoccupazione era, e rimane, quella di verificare se e come la televisione possa riuscire a fare qualcosa per insegnare ai candidati come cercare lavoro, ma anche alle aziende come cercare lavoratori.
 
Non riesco a capire come i blogger di mezza Italia avessero deciso di esprimere opinioni e lanciare sondaggi prima che il reality "Il contratto", la cui prima puntata è stata trasmessa martedì 22 febbraio, andasse in onda su La7. Già gli italiani sono abituati ad esprimere opinioni su temi che non conoscono, ma addirittura sollecitarli a sparare cazzate su programmi televisivi mai visti, mi pare la notarile dichiarazione di fallimento del cosiddetto web 2.0.
 
Per quanto mi riguarda, prima di razionalizzare una qualsivoglia opinione, ho atteso di vedermi la prima ed anche la seconda puntata, quella di martedì 1 marzo. Tutto sommato, devo riconoscere che la formula del programma è in grado si insinuare almeno qualche dubbio nel popolo dei candidati:  forse, per convincersi di essere il candidato ideale, non basta attendere le segnalazioni dei portali ed inviare a manetta il proprio cv?
 
Buio totale, invece, sul fronte delle indicazioni che potrebbero insegnare qualcosa anche ad aziende e selezionatori. Anzi, si è rischiato di sfiorare i confini della pericolosità. Soprattutto nella prima puntata, quando il contratto a tempo indeterminato messo in palio fra i candidati riguardava la posizione di "Teleseller Representative". Il testo dell'annuncio era messo anche peggio: non spiegava minimamente cosa diavolo avrebbe dovuto fare per otto ore al giorno il fortunato vincitore della trasmissione.
 
Insomma, un perfetto caso clinico, tipico delle bassezze del mercato del lavoro italiano, in bilico fra malafede e incapacità di chi aveva realizzato l'annuncio. Se il titolo dell'inserzione fosse stato letteralmente tradotto in "Venditore telefonico" ed il testo  avesse spiegato che  per otto ore al giorno il candidato prescelto avrebbe dovuto cercare di convincere telefonicamente i potenziali clienti a spendere qualche centinaio di euro per usufruire di un servizio che ormai in tutto il mondo si ottiene gratuitamente, si sarebbero scatenate alcune tonnellate di adrenalina in meno.
 
Infatti, non solamente i candidati prescelti per partecipare alla prima puntata hanno destato qualche fondata perplessità. Per carità, ottimi e bravissimi ragazzi, come hanno dimostrato. Ma da qui a definirli "talenti" ce ne passa: l'ombra di una sonora presa per il sedere ha percorso la spina dorsale di tutta la prima puntata. Tant'è che, alla fine, la candidata prescelta è stata la meno talentuosa dei tre.
 
Nulla di scandaloso, almeno dal punto di vista dei selezionatori del personale: quando si cerca il candidato ideale per una posizione lavorativa, non è affatto scontato che la scelta cada sul "migliore", inteso dal punto di vista dell'immaginario collettivo. Tutt'altro: anche nel caso della prima puntata del reality, si trattava di individuare il candidato "più adatto" per un determinato ruolo: un venditore telefonico in grado di entrare velocemente in empatia con i potenziali clienti senza deprimersi di fronte ai 99 rifiuti su 100 che la sue telefonate avrebbero incontrato ogni giorno.
 
Quello del venditore telefonico è un lavoro difficile e dignitosissimo, ma perché camuffare l'inserzione? Perché  ammorbidirla o addolcirla, ad esempio, citando nell'inserzione come unica motivazione (oltre al tempo indeterminato) che l'opportunità proveniva da una "multinazionale leader nel proprio settore"? Perché puntare sui rimbambiti che ancora non si sono accorti come le multinazionali, anche le più "serie", sono le prime a chiudere baracca e burattini e delocalizzare dalla sera alla mattina, con tanti saluti per il tanto agognato contratto a tempo indeterminato?
 
Anche per questo motivo ho cercato di metabolizzare la prima puntata ed ho atteso la seconda. A conclusione del secondo episodio, confermo le stesse valutazioni positive sulle modalità dello stage proposto ai candidati, sull'attività di coaching che caratterizza il periodo di prova e sulle opinioni di Michel Martone (un genio spregiudicato, che non ha paura ad esprimersi controcorrente: infatti, con il sorriso sulla bocca, dispensa mazzate su mazzate nei confronti del sistema formativo italiano e sulla categoria dei disoccupati per vocazione...).
 
Purtroppo, anche il contratto a tempo indeterminato messo in palio per la seconda puntata, pur essendo intitolato con un'espressione quasi-italiana e quasi-accettabile (si cercava uno "Junior designer")è crollata miseramente sul testo dell'annuncio stesso: nemmeno una traccia di quella che i cari anglosassoni, scimmiottati senza arte né parte dai più ignoranti responsabili di selezione, definiscono "job description".
 
L'annuncio dovrebbe essere la descrizione di una opportunità di lavoro. Ma che caspita di descrizione è se non... descrive concretamente il lavoro? Lo sanno i selezionatori di tutto il mondo e lo capiscono anche i bambini. Purtroppo, si tratta di un concetto che non riesce nemmeno a sfiorare l'anticamera del cervello della maggior parte dei selezionatori italiani. O presunti tali.
 
Tra l'altro, tornando alla seconda puntata del reality trasmesso da La7, si tratta di un vero peccato: per un aspirante designer industriale, un contratto a tempo indeterminato presso l'azienda presentata nel corso della trasmissione era davvero un'opportunità da non perdere, che avrebbe meritato un'inserzione decente e centinaia di pregevolissime candidature, rispetto alle cinquanta ricevute con quel pessimo annuncio. E' il motivo per cui, quando un'azienda o un selezionatore si lamentano perché non riescono a trovare veri talenti, ormai non vado nemmeno più a curiosare tra  le loro inserzioni.
 
Vorrei rivolgere un appello agli autori del reality "Il contratto", che è anche un appello disperato e una dichiarazione di stato d'emergenza. Lavoratorio.it ogni giorno pubblica 250-300 inserzioni di un livello anche peggiore rispetto a quelle finora presentate dalla trasmissione. Ma per un portale di annunci è davvero difficile riuscire in tempo reale a convincere i propri inserzionisti a trasformarsi in persone civili. Ci riusciremo entro un paio d'anni, per ora dobbiamo adattarci.
 
La trasmissione de La7, invece, prende in considerazione una sola inserzione alla settimana: c'è tutto il tempo per prendere l'annuncio che l'azienda vorrebbe pubblicare e sottoporlo alla propria nonna. "Nonna, secondo te, che lavoro propone questa azienda?".
 
Invito i presunti esperti di selezione del personale ad evitare ulteriori figure di cacca. Perché ogni supponenza ha un limite: prima di esprimere le loro eventuali considerazioni qui di seguito, si domandino se hanno mai frequentato un master o  un corso universitario che insegni come si realizza il testo di un annuncio di lavoro. Più semplicemente, se abbiano mai dato un'occhiata al più elementare abecedario di comunicazione.
Roberto Marabini
Direttore di Lavoratorio.it

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