giovedì 18 giugno 2026

LA LETTERA

pubblicata il 31 dicembre 2011

Cercare lavoro ha ancora un significato?

Qualche giorno fa ho letto che il governo Monti si accinge a varare un provvedimento che prevede un bonus fiscale di ben 10600 euro per i datori di lavoro che assumono candidati di età inferiore ai 35 anni. Lo prevedevo. Anzi, dovrei dire: lo temevo! Tutti sanno che l'età del candidato ha sempre giocato un peso rilevante in una selezione. Almeno fino ad oggi ciò è dipeso essenzialmente da due motivi. Il primo è semplicemente che, a parità (o quasi) di credenziali e di esperienze, le imprese preferiscono assumere un "giovane" piuttosto che qualcuno con cinque, dieci o quindici anni in più. Il secondo fattore discriminante è stato, fino ad oggi, il contratto di apprendistato e i suoi vantaggi (contributivi e non solo), che infatti è stipulabile solo quando il lavoratore non ha compiuto i trent'anni.
Se questa proposta passa, vi sarà un ulteriore (e potentissimo) fattore di discriminazione contro gli ultratrentacinquenni: diecimilaseicento euro ballanti e sonanti da poter defalcare dal debito col fisco.
Mi chiedo - ma soprattutto vi chiedo - se per gli ultratrentacinquenni converrà ancora proseguire nella consultazione quotidiana degli annunci di lavoro, oppure se sarà saggio non sprecare altro tempo in un'attività ormai senza più scopo, e di destinare tutte le energie soltanto al progetto di mettersi in proprio?
Stefano R.
La risposta di Roberto Marabini,  direttore di Lavoratorio.it:
"Buongiorno Stefano, se la situazione finanziaria italiana non fosse così tragica, sarebbe divertente mettersi alla finestra ed ascoltare voci e controvoci, cori e controcori che si alzano nella confusione, ognuno tutto preso a raccontare la sua, nessuno concretamente impegnato a fare qualcosa, tutti più o meno onestamente dediti a farsi i fatti propri.
Sessanta milioni di cittadini impegnati a "chiaggnere e futtere", come si diceva una volta dei napoletani. Paradossalmente, considerato che vivo fra Lombardia e Campania, mentre assisto ad una lento ma deciso percorso di risveglio ed europeizzazione dei napoletani, sono affranto dalla napoletanizzazione degli italiani. Tutti che si disperano pubblicamente da un lato, mentre si fanno egoisticamente e spesso poco onestamente i fatti propri dall'altro.
Tutti: compresi i lavoratori a tempo indeterminato che non si sono mai preoccupati di confrontare le proprie condizioni contrattuali rispetto alla regola del precariato che da oltre un ventennio penalizza le nuove  generazioni.
Da sempre ero convinto che il doppio binario del mercato del lavoro italiano, quello delle grandi tutele, ma anche del precariato assoluto, avrebbe portato molto presto al disastro. Ad esempio, lei cosa pensa dei dieci anni di cassa integrazione garantita a buona parte degli ex-dipendenti Alitalia?
Sono altrettanto convinto che questo doppio binario debba trovare una soluzione. Per un semplice motivo: il principale diritto costituzionale è quello della parità  fra i cittadini.
Come realizzare questo obiettivo? Lo ammetto: non lo so. Non sono un tecnico, non sono nemmeno un politico (o un giornalista) in cerca di voti (o di lettori). Sto cercando di capire, di leggere, di informarmi, senza esprimere giudizi. Direi anche "senza tabù", se già questa frase non rischiasse di etichettarmi e di ritrovarmi un bossolo delle Brigate Rosse nella casella della posta.
In questo contesto, lei mi chiede se vale ancora la pena per un over 40 cercare lavoro. Volutamente, non parlo di annunci, di internet, o quant'altro, perché ritengo che il problema sia molto più generalizzato: semplicemente, val la pena cercare lavoro oggi in Italia?
Le rispondo fermamente: sì! Altrettanto fermamente, non credo che lei potrà ritrovare una dimensione contrattuale simile a quella precedente. Lo ritengo decisamente improbabile, proprio per i motivi che dicevo sopra: over 40 o non over 40, sono almeno vent'anni che in Italia chi cerca lavoro non trova le condizioni contrattuali che erano garantite alle precedenti generazioni. Quindi, se queste condizioni per i neoassunti non esistono più da vent'anni, è impensabile che proprio gli over 40 possano trovarle.
In alternativa, caro Stefano, lei mi chiede se l'unica strada percorribile oggi possa essere quella dell'imprenditoria. Non si tratta di una strada impossibile, ma gliela sconsiglio. Quantomeno, le sconsiglio di percorrerla in Italia. Il giorno stesso che iniziasse un'attività in proprio si ritroverebbe improvvisamente sbattuto all'inferno, senza capire né il come né il perché. Poi, nel giro di qualche giorno, scoprirebbe che in Italia l'imprenditore, anche microscopico o alle prime armi, viene considerato per definizione un malfattore, un poco di buono, uno da perseguitare, e via dicendo.
Il tutto, laddove il nuovo inquadramento sociale non solo la esporrebbe ad una pressione fiscale superiore al 60 per cento, ma se addirittura i suoi fatturati non fossero all'altezza di quello che lo Stato (i giornalisti e la morale comune) si aspettano, dovrebbe pagare comunque tasse devastanti rispetto a soldi che non ha mai guadagnato. Questa è la traduzione pratica del concetto di "studi di settore". Non si preoccupi, se ne chiedesse  il significato in parlamento o alle redazioni dei giornali, scoprirebbe di essere in buona compagnia: non glie ne frega niente a nessuno.
No, caro Stefano, non provi minimamente a diventare imprenditore in Italia. Semmai, si guardi in giro. Lasci perdere il sogno di aprire un bar sulla spiaggia di un Paese lontano, magari a Puerto Escondido. Piuttosto, chieda al suo commercialista: in Slovenia ed in Spagna la pressione fiscale per un imprenditore è inferiore al 20 per cento. Se poi volesse trasferirsi a Londra, sappia che una srl della City paga il 9 per cento di tasse. Sì, ha letto bene: tutto questo non succede in Cina o alle isole Cayman, ma in Europa. No, l'evasione fiscale non c'entra nulla (per cortesia, la smetta di ascoltare quello che le raccontano la Banda Bassotti dei politici, dei giornalisti e dei sindacati). Molto più concretamente, in tutto  il resto del mondo, anche nei paesi comunisti ed ex-comunisti, l'imprenditoria non viene perseguitata e sottoposta a linciaggio morale. Anzi, nel mondo civile l'imprenditoria viene considerata un'opportunità per l'imprenditore, per la comunità, per l'interesse generale, per... la classe operaia.
Se in Italia si continueranno a considerare gli utili di esercizio come un peccato mortale da sversare nella cloaca maxima dei disservizi pubblici, fra pochi anni a sud delle Alpi non esisteranno più imprenditori.
Per questo gli altri paesi del mondo e d'Europa sono molto preoccupati per noi: perché continuiamo ad aumentare la pressione fiscale e fingiamo di combattere l'evasione fiscale a colpi di spot televisivi, invece di impegnarci in una reale politica di incentivazione e sviluppo.
Se poi ci rendiamo conto che le parole "incentivazione" e "sviluppo" da un paio di settimane sono entrate anche nel vocabolario da venti-parole-venti del segretario generale della Cgil (con dispensa papale, adesso sono ventidue), potremmo cadere in depressione. Ma cerchiamo di farcene una ragione."
 
 

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